Codice Comportamentale-Mini Rugby

Codice Comportamentale-Mini Rugby

Cos’è il Mini Rugby
Il mini rugby è lo sport del rugby declinato per i bambini e serve ad introdurre loro la disciplina ed i valori del rugby. Sotto questo profilo è detto anche “rugby propaganda”.
Lo troverete indicato anche (e significativamente) come “rugby educativo”: lo è per i bambini ma può esserlo anche per noi adulti.
Il mini rugby uno sport davvero divertente per loro… e coinvolgente per i genitori.

A chi è rivolto il Mini Rugby
Il mini rugby è rivolto ai bambini dai 5 ai 12 anni che hanno molta voglia di divertirsi; lo apprendono e praticano suddivisi nelle categorie Under 6, Under 8, Under 10 e Under 12.

Per giocare a mini rugby non sono richieste doti fisiche particolari, si tratta di un gioco che riesce a coinvolgere i bambini con qualsiasi struttura fisica: il bambino robusto, quello alto, quello piccolo e scattante; tutti i bambini sani possono praticare questo sport, perché nel gioco i ruoli valorizzano tutte le caratteristiche fisiche.

Inoltre, non essendo prevista attività specificamente mirata all’agonismo fino ai 12 anni, il coinvolgimento, la partecipazione, l’apprendimento contano più di performance e risultato. Così deve essere e tocca agli educatori garantire e ai genitori riscontrare questo approccio nel club di appartenenza.

I benefici del Mini Rugby
Il mini rugby è lo sport di squadra per eccellenza.
Sotto l’aspetto caratteriale, facilita la capacità di socializzare ed insegna il rispetto degli altri, avversari, compagni, arbitri, educatori. La lealtà è parte essenziale del gioco.

Ai bambini più timidi e timorosi insegna ad avere più confidenza con se stessi e verso gli altri, ai più aggressivi insegna a contenere e a canalizzare nel gioco regolamentato la propria esuberanza. Il rugby contribuisce a dare consapevolezza di sé e sicurezza.

Il mini rugby – inoltre - è un gioco che favorisce l’integrazione: le bambine fino ai 12 anni giocano con i maschi; e vi capiterà anche di vedere vostro figlio giocare con bambini diversamente abili.

Dal punto di vista motorio, essendo uno sport alternato (fasi di gioco e pause di recupero), offre una ampia varietà di movimenti che non solo contribuisce a sviluppare molteplici capacità motorie (tutte le parti del corpo sono coinvolte) ma accresce l’interesse del bambino al gioco.

Però, “il mini rugby è pericoloso, violento, ci si fa male”.
Il rugby è uno sport di contatto col terreno e con avversari e compagni: si cade a terra, si placca, si spinge nella mischia.

Ma, a parte che il mini rugby ha regole che eliminano parte dei contatti del rugby (non esiste la mischia, il frontino è vietato…), gli educatori insegnano i movimenti per eseguire questi gesti… e insegnano a vostro figlio anche a fare le capriole, che molti di loro a 12 anni non sanno ancora fare per l’insufficienza motoria determinata dalla mancanza di gioco libero, e di insegnamento a scuola. E gli insegnano anche a rialzarsi da terra e ripartire, senza sceneggiate.

Il rischio di incorrere in contusioni, fratture etc non è più alto di quello che corrono i bambini che giocano a calcio.



Responsabilità e Ruolo dei Genitori

I genitori hanno una grande responsabilità nell’avviare i figli allo sport.
Non meno responsabilità serve, poi, nel seguirli come piccoli sportivi praticanti.
La regola generale, in sintesi, potrebbe essere questa: non fate pressione perché facciano sport e incoraggiateli quando lo fanno.

Lo sport è fatto di movimento fisico e tecnica, ma anche di emozioni, quelle eccitanti della vittoria, e quelle deprimenti della sconfitta: potrebbe essere la prima occasione per il bambino di provare emozioni così intense. Entrambe danno un insegnamento, il ruolo del genitore è condividere e dare supporto.

Capiterà che il bambino si senta inadeguato rispetto ad altri, che non reputi le sue performance del giusto livello, o forse qualche adulto poco attento gli creerà questa frustrazione: è il momento del vostro sostegno, aiutatelo a focalizzarsi sui propri miglioramenti, dategli dei piccoli obiettivi.

Non siate ossessivi con domande come “allora, avete vinto? E quante mete hai fatto tu? Hai placcato?”, potrebbe cadere nella frustrazione di chi si sente inadeguato. Lasciate queste domande ai nonni o ai vicini di casa.

Entrate in confidenza e chiedete se gli è piaciuta la partita e soprattutto se si è divertito.

Se invece si trovasse in un momento di esaltazione (ha fatto 100 mete, ha vinto 100 partite, un pazzo a fine torneo gli ha dato la coppa del migliore giocatore del torneo), aiutatelo a rasserenarsi, nessun eccesso lo migliora.

Un altro aiuto che potete offrirgli è facilitare la conoscenza dei suoi compagni, soprattutto all’inizio ma anche quando si creassero tensioni.

Anche il rapporto con l’allenatore può essere facilitato.

Si sente dire talvolta che l’ideale sarebbe allenare una “squadra di orfani”, è una formula un po’ provocatoria per esorcizzare la presenza invasiva di taluni genitori, che trascendono il proprio ruolo, interferendo con l’educatore/allenatore.

Però i bambini apprezzano la vostra presenza alle gare, è un momento di condivisione importante, suggeriamo di non essere invadenti, adulatori, né eccessivamente “appassionati” nelle manifestazioni a bordo campo (vergognatevi profondamente se vi ritrovate in atteggiamento da ultrà).

Non criticate le scelte dell’allenatore in presenza del bambino.

Evitate questi atteggiamenti, otterreste l’effetto indesiderato di rendervi insopportabili e poco amati nel club, oltre che di imbarazzare vostro figlio.

Però siateci.



Mantenetevi informati il più possibile sui programmi e sulla attività che coinvolgerà vostro figlio.

Valutate anche di supportare il vostro club con il volontariato, i club di norma sono associazioni e ne hanno bisogno.

Non usate tuttavia la vostra presenza come accompagnatori, allenatori, segretari, cambusieri etc solo per avere l’opportunità di seguire più da vicino vostro figlio: se avete un ruolo organizzativo, l’avete per tutti allo stesso modo.